Dopo un paio di dischi di grande successo, dei Travis a livello mainstream s'erano un po' perse le tracce. Loro in realtà hanno continuato a suonare e fare dischi, ed a farlo bene, mantenendo un basso profilo. Ed anche per questo nuovo album, il sesto della loro carriera, hanno fatto tutto da soli, senza grandi promozioni, ma con tanta sostanza: Ode To J.Smith è un album decisamente rock, molto energico, pur conservando l'inclinazione alla melodia tipica della band scozzese. Sono tanti e diversi gli elementi caratteristici di questo lavoro: dai cori lirici che chiudono J.Smith, al banjo (uno dei marchi di fabbrica dei Travis) che apre Last Words, uno dei pezzi più importanti della tracklist. Il ritmo spesso è trascinante (come in Something Anything, il nuovo singolo), i testi semplici e riflessivi (mi piace in particolare Song To Self, un inno a sé stessi: "I’m singing a song to myself, cos' I don’t belong any longer"). Insomma un disco maturo, immediato, facile ma non scontato. Chi in passato ha apprezzato Fran Healy e compagni non rimarrà di certo deluso.
Ecco un'altra infornata di musica nuova, nuovissima, in quest'autunno che si preannuncia prolifico. Comincio da miss Pip Brown, bionda neozelandese ex vocalist degli australiani Two Lane Blacktop, che esce col suo album d'esordio da solista col nome di Ladyhawke, preso in prestito dal film cult del 1985... Anni '80 che influenzano tutte le tracce dell'album, tanto che da un momento all'altro ti aspetti di sentir cantare "Get into the groove..." o "And girls, they wanna have fun...". Il disco non è niente male, le melodie potenti, il suono curato. Ne sentiremo parlare. Intanto ascolto Magic in loop, e non riesco a smettere. Ho smesso subito, invece, di ascoltare gli Jaguar Love, che trovo troppo chiassosi (il cantato a tratti è insopportabile) ed i Friendly Fires che sì, sono amichevoli e divertenti, ma non mi restano in testa, per niente. Un approfondimento invece lo meritano i Cold War Kids: Loyalty To Loyalty è un disco strano, molto compatto, per certi versi riuscito, ma un po' presuntuoso in qualche passaggio vocale fin troppo... Ubriaco. Infine un po' d'elettrocnica, con Fujiya & Miyagi, che non è un duo giapponese, bensì un trio di Brighton, Inghilterra: a me ricordano vagamente gli Air, niente di trascendentale, ma è comunque un buon sottofondo per conversare, cucinare o rilassarsi.
OK, lo ammetto, ho un problema con gli Oasis. Quando ho cominciato ad ascoltarli, nel '94, quando ancora di MTV Europe ce n'era una sola, trasmetteva via satellite e mandava musica buona anche di giorno, mi piacevano parecchio: Supersonic era fortissima, Live Forever bella da morire, e Definitely Maybe un debutto col botto. (What's the Story) Morning Glory? fu una conferma sugli stessi livelli, non c'è che dire, ma già da Be Here Now ho iniziato a trovarli noiosi e ripetitivi, fatta eccezione per qualche felice episodio isolato (The Importance Of Being Idle). Quindi, sono sincero, non mi aspettavo una grande rivoluzione nemmeno da questo nuovo Dig Out Your Soul, che intendiamoci, non è affatto male, anzi: ci sono alcuni pezzi notevoli, come Falling Down, (Get Off Your) High Horse Lady, Soldier On, tutti caratterizzati da atmosfere decisamente psichedeliche. Alla fine, però, persiste imperterrita quella sensazione di intercambiabilità: ho l'impressione che, scambiando uno qualsiasi di questi brani con uno qualunque di un altro album a caso della discografia dei fratelli Gallagher, non se ne accorgerebbe nessuno, ma questa è solo la mia opinione, il mio problema...
Sto ascoltando un sacco di musica nuova, in questo scorcio di fine estate. Tutta piuttosto interessante. È un buon periodo. Mi piacciono i Glasvegas. Sono giovanissimi, vengono da Glasgow, città dalla scena molto fertile, ultimamente. Magari non inventano nulla, in giro per la rete li definiscono i nuovi Manic Street Preachers, ed in effetti l'intensità della voce di James Allan ricorda quella di James Dean Bradfield, ma ascoltarli è davvero un piacere. Mi piace il nuovo album dei Verve, Forth: è rilassato e rilassante, scorre via tranquillo, e lascia il segno. Mi piacciono anche i Kings Of Leon (il singolo Sex On Fire funziona così bene da rischiare la sovraesposizione), ed i Mogwai, che non tradiscono mai, e stavolta aggiungono un tocco di durezza alle loro trame strumentali (come nella potentissima Batcat, primo singolo estratto dall'album). E mi piacciono gli Okkervil River, con le loro ballate da saloon pungenti e malinconiche. Non mi dispiacciono neanche gli I Was A Cub Scout: ironicamente si definiscono una boy band, ma le loro tastiere intriganti hanno qualcosa in più. Del nuovo album di Peter, Bjorn And John mi è rimasto in testa il primo pezzo, Inland Empire, il resto non mi ha colpito granchè. L'elettronica dei Glass Candy è divertente, ma niente di speciale. Gli Absentee sono profondi, ma alla lunga mi stancano. Anche i Metronomy li ho trovati un po' noiosi. I Ra Ra Riot mi sembrano roba da ragazzini. Infine, mi hanno deluso Born Ruffians e Late Of The Pier: ne avevo letto molto bene in giro, ma non mi sono sembrati all'altezza. Ma mi ripropongo di riascoltarli, promesso. Per ora, nell'iPod, ci sono i Mogwai.
Il palco ha l'atmosfera di un piccolo bistrot: il pianoforte e gli amplificatori sono adornati da semplicissime lucine bianche, proprio come quelle che si usavano per abbellire gli alberi di Natale, un tempo. Polly Jean beve un bicchier d'acqua. Indossa uno splendido abito nero con le maniche a sbuffo, e scarpe coi tacchi alti, che non le impediscono di muoversi con disinvoltura tra gli strumenti. Comincia imbracciando la chitarra elettrica, come una guerriera, sola contro tutti. Poi siede al piano, decorato con candele e cornici come fosse arrivato lì dal salotto di casa, dando le spalle al pubblico, e la sua voce si perde nell'aria, tanto che potrebbe provenire da qualsiasi parte dell'auditorium, e sarebbe lo stesso. Si diverte con la drum machine, per dare ritmo ai pezzi di Is This Desire? e strimpella uno strano strumento a corde per conferire a Down By The Water un aspetto del tutto nuovo. Come in uno di quei film in cui l'eroe è lo scenziato un po' pazzo, ma geniale e romantico, che passa da una parte all'altra del suo laboartorio per inventare il congegno che salverà il mondo, PJ Harvey alterna e mischia suoni e canzoni vecchie e nuove, quasi senza sosta, come fosse in una catena di montaggio. E se i momenti passati allo sgabello del pianoforte sono intimi, quasi sussurrati, di quelli da ascoltare in religioso silenzio, quelli vissuti in piedi, con la chitarra, sono energia pura, elettrica, travolgente. Un concerto insolito, intimo, emozionante: tutta sola, Polly Jean, con il suo pubblico ed il suo talento. E la sensazione che non serva assolutamente nient'altro.
PJ HARVEY/AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SANTA CECILIA/ROMA, 09 MARZO 2009
01. TO BRING YOU MY LOVE 02. SEND HIS LOVE TO ME 03. WHEN UNDER ETHER 04. THE DEVIL 05. WHITE CHALK 06. MAN-SIZE 07. ANGELENE 08. MY BEAUTIFUL LEAH 09. ELECTRIC LIGHT 10. NINA IN ECSTASY 11. SHAME 12. SNAKE 13. BIG EXIT 14. DOWN BY THE WATER 15. GROW GROW GROW 16. THE MOUNTAIN 17. SILENCE
18. THE GARDEN 19. RID OF ME 20. WATER 21. C'MON BILLY 22. THE PIANO 23. DESPERATE KINGDOM OF LOVE
A vederlo girovagare per il palco come se fosse capitato lì per caso, spaventato dalle luci e dalla confusione, le mani timide nascoste dalle maniche troppo lunghe ed il sorriso imbronciato, ti chiedi come possa essere diventato un'icona del rock. A sentirlo cantare, nonostante gli anni che passano ed il peso che aumenta, ci si domanda dove trovi ancora tutta quella voce, allo stesso tempo così potente e così sottile. Tra un pezzo e l'altro, sommessamente, quasi avesse paura di disturbare, Robert Smith sospira "thank you", e ti viene da pensare "ma come, sei tu che ringrazi me?". Grazie a te piuttosto. Grazie ai tutti voi. Suonano forte, i Cure versione quattro moschettieri, per oltre tre ore: senza tastiere, i suoni si fanno più diretti, essenziali, ruvidi. L'inconfondibile tintinnio dei campanelli che introducono Plainsong, le luci verdi che colorano From The Edge Of The Deep Green Sea, quelle stroboscopiche che fotografano gli istanti più duri di One Hundred Years. Le parole, sempre inventate all'ultimo momento, dell'ultima strofa di Disintegration. E quell'intensità, quel senso di appartenenza che fanno pensare ad un rituale, più che ad un semplice concerto. La scaletta alterna pezzi celebri, di quelli che la gente fa il coretto, come Pictures Of You e Just Like Heaven, a pezzi eseguiti più raramente, come Push, da brividi, e Primary, oltre ad un paio di assaggi del nuovo album, in uscita in primavera. Gli encores (sarebbe riduttivo parlare di bis) sono uno show nello show: il primo è interamente dedicato a Seventeen Seconds, mentre il secondo scivola allegro sulle note dei pezzi più pop, gustosi come merendine durante la ricreazione. L'ultimo invece chiude il cerchio, riportando la mente al 1979, anno in cui tutto è cominciato, e si conclude con un'incredibile versione di Killing An Arab, che terminata la quarantena antiterrostistica, riesplode più potente che mai. Tre ore e cinque minuti, ma potrebbe essere stato solo un attimo. Ancora una volta.
THE CURE/PALALOTTOMATICA/ROMA, 29 FEBBRAIO 2008
01. PLAINSONG 02. PRAYERS FOR RAIN 03. A STRANGE DAY 04. ALT.END 05. THE END OF THE WORLD 06. THE WALK 07. LOVESONG 08. TO WISH IMPOSSIBLE THINGS 09. PICTURES OF YOU 10. LULLABY 11. FROM THE EDGE OF THE DEEP GREEN SEA 12. THE ONLY ONE 13. PUSH 14. FRIDAY I'M IN LOVE 15. IN BETWEEN DAYS 16. JUST LIKE HEAVEN 17. PRIMARY 18. A BOY I NEVER KNEW 19. US OR THEM 20. NEVER ENOUGH 22. ONE HUNDRED YEARS 23. DISINTEGRATION
24. AT NIGHT 25. M 26. PLAY FOR TODAY 27. A FOREST
28. LOVECATS 29. HOT HOT HOT 30. LET'S GO TO BED 31. FREAK SHOW 32. CLOSE TO ME 33. WHY CAN'T I BE YOU?
34. BOYS DON'T CRY 35. JUMPING SOMEONE ELSE'S TRAIN 36. GRINDING HALT 37. 10:15 SATURDAY NIGHT 38. KILLING AN ARAB
Era l'estate del 1997 quando Ok Computer, il terzo album dei Radiohead, in qualche modo ha riscritto la storia del rock. Il rapporto tra l'uomo e le macchine, le paure e le paranoie di una società seriale, una nuova psichedelia che non ha bisogno di alcuna droga. Da allora, indebolitasi l'ondata brit pop dei primi anni '90, la scena musicale mondiale, e quella britannica in particolare, ha conosciuto una nuova giovinezza, portando alla ribalta band come Muse, Coldplay, Travis, JJ72 e Turin Brakes, involontariamente impegnate a contendersi la palma di nuovi Radiohead. Per quanto ricchi di talento e personalità, gran parte di questi gruppi deve sicuramente qualcosa a Thom Yorke e soci. Così, quando nell'ottobre del 2000 i Radiohead stavano per uscire di nuovo allo scoperto, la curiosità di verificare la risposta al nuovo movimento rock da parte della band di Oxford era enorme. Tanto grande che in pochi, almeno all'inizio, hanno capito Kid A. E dopo meno di un anno, alla fine della primavera del 2001, ecco Amnesiac a confondere ulteriormente le idee: tutta la nuova leva anglosassone cerca di suonare come Ok Computer, ed i Radiohead partono per un viaggio completamente diverso, distante...
Kid A è il punto di partenza, il decollo verso l'ignoto. Portare gli schienali dei sedili in posizione eretta. Allacciare le cinture. Un volo destinato a spostare in avanti, ancora una volta, i confini della musica contemporanea. Everything In Its Right Place, Kid A, la sconvolgente e claustrofobica Idioteque diventano il punto dove, tra le montagne virtuali immaginate dalla grafica del disco, l'elettronica ed il rock si fondono, rigenerandosi. The National Anthem, edificata su un grande giro di basso, esplora i territori del jazz del futuro, quello che si potrebbe immaginare suonato nello scantinato di una stazione interplanetaria, sperduta in qualche lontana galassia. Ci sono anche le chitarre, in qualche modo: Optimistic (travolgenti le rullate della batteria di Phil Selway) suona come potrebbero farlo i Beatles nel 2001; l'ipnotica In Limbo si attorciglia attorno ad una base ritmica impossibile; How To Disappear Completely (forse una delle più belle canzoni dei Radiohead) fluttua tra le note di una sei corde acustica, persa tra gli archi ed i falsetti di Thom Yorke. L'inquieta Mornig Bell ti avvolge in una spirale oscura, costruita com'è su un loop di batteria che sembra non lasciare via d'uscita. Ma sull'astronave della band c'è posto anche per un vecchio organo a pompa e per l'arpa, in Motion Picture Soundtrack, un vero e proprio inno per sognatori delusi. Kid A ha fissato la rotta, tutto il resto è ancora da scoprire, ascolto dopo ascolto. Ora è possibile slacciare le cinture.
Il viaggio è durato meno di un anno. Non molto, in fondo, nello spazio siderale. Controllare che i tavolini di fronte a voi siano chiusi. Allacciare nuovamente le cinture. Atterraggio. Amnesiac sviluppa, rielabora, destruttura e ricostruisce i temi di Kid A, e lo fa ancora una volta in modo radicale e disincantato allo stesso tempo. Packt Like Sardines In A Crushd Tin Box e Pulk/Pull Revolving Doors trasformano il rumore in suono, esperimento che si spinge al limite in Like Spinning Plates, un assemblaggio di fruscii di nastri che si riavvolgono con la voce di Yorke filtrata e montata al contrario. L'epica Pyramid Song è ancora un sogno, dal quale non ci si vorebbe mai svegliare. You And Whose Army, con Thom che sembra quasi cantare sott'acqua, sa ancora di Beatles nello spazio. Al ritorno dal viaggio, le chitarre elettriche inventano nuovi arpeggi (I Might Be Wrong, Knives Out), ed anche Mornig Bell, nella sua nuova versione, trova la via di fuga. Irregolare, asimmetrica, trasversale: è Dollars And Cents, dove voci ed archi si rincorrono su uno straordinario loop di basso. Infine Life In A Glass House, struggente marcia funebre che conclude l'esplorazione nel pianeta del jazz. I Radiohead sono tornati sulla terra. Altra storia della musica è stata scritta. Grazie per aver volato con noi.
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